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[Recensione & Intervista] PUEBLO BORRACHO “Taranto City blues”

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La nostra impressione sull’album
Sfornano un ottimo blues passando da brani più ritmici (“May Day”, “Compà”) ad altri  melodici (“Borracho Style”, “Amigadala”, “Taranto”) con notevole padronanza. Assoli di chitarra ben arrangiati che si innestano in un contesto ritmico ben impostato. Non sempre chiari i testi dei brani, forse per scelta compositiva.
Di rilievo il brano “Taranto” (scelta casuale?), con un sound coinvolgente e passionale, introducendo brevemente una doppia voce femminile di accompagnamento al vocalist.
Abbiamo constato una leggera difficoltà nell’interpretazione dei testi di alcuni brani forse viziati dalla interposizione della doppia lingua italiano/inglese, voce a volte sovrapposta dalle chitarre sempre ben presenti e ben arrangiate.

 

Ciao e benvenuti tra le pagine di Pugliamusic.it. partirei subito con una presentazione ai nostri lettori. Come nascono e chi sono i PUEBLO BORRACHO e perchè questo nome (popolo ubriaco)?

Il Pueblo nasce a bari nel lontanissimo 2005, e si rifonda con musicisti diversi nel 2010 a Massafra. Dopo un’infinita serie di cambi di formazione, quella attuale vede Carlo Schena al basso, Domenico Marino alla batteria, Domenico Lattarulo alla chitarra solista, Francesco D’Ippolito voce-armonica-chitarra, Lucia Lazzaro voce.
Il nome è una parodia del Pueblo unido di cui parlavano gli intillimani, e nacque proprio ad un loro concerto.Si riferisce ad un popolo, quello italiano, ma forse in generale quello “occidentale”, confuso, ubriaco della propria ricchezza, che però va dissolvendosi, quanto delle bugie dei propri governanti.

 

Avete girato molto per io Live cambiando spesso repertorio. Com’è la situazione oggi?

Abbiamo girato Puglia e Basilicata per anni, cercando di far maturare un sound che fosse nostro, ma proponendo sia i pezzi dei maestri del rock, sia i nostri inediti.
La situazione, inutile negarlo, non è facile. Ottenere un posto sul palco è sempre più difficile, ma noi siamo pronti a guadagnarcelo onestamente.

 

Di recente è uscito “Taranto City blues”: un titolo a caso o evidenzia qualcosa?
Il blues è la musica della bellezza e della sofferenza, e  a rischio di sembrare retorico, poche città dispongono di queste due cose come la nostra Taranto.
Il titolo è stato in parte influenzato da un’opera di kerouac.

 

Qual’è stato il percorso per raggiungere questo traguardo?

Una certa spinta emotiva legata alla consapevolezza di potere, volere e dovere migliorare,  la passione per la musica. Queste due cose, assieme ad ore di prove e discussioni assieme, ci hanno portato a dove siamo ora. Il processo di apprendimento è appena cominciato

Rispetto al precedente lavoro del 2013 (“Nato Borracho”), cosa troviamo di diverso e quanto siete maturati (l’età non conta!) musicalmente in questi 3 anni ?
Musicalmente, forse abbiamo maturato un minimo di capacità di riconoscere un’idea buona quando arriva, e scartare quelle cattive. personalmente non siamo maturati affatto, invecchiati magari si!
Doppia lingua nello stesso brano: come nasce questa scelta?
L’idea di poter comunicare liberamente esprimendo concetti legati a linguaggi o luoghi particolari, la potenza di alcune parole, ci conducono ad usare a volte una sorta di “esperanto” che ci piace un casino, anche se il rischio, lo sappiamo, è di risultare poco chiari.

 

Come descrivereste la vostra proposta a chi ancora non vi conosce e cosa volete comunicare con i vostri brani ?

potrebbe rendere l’idea “alternative rock blues”. Cerchiamo di usare il blues come base di partenza, perchè è quella la nostra lingua comune, ma non teniamo fuori nessuna possibile influenza, che sia grunge, hard rock o etnica, o quant’altro.

Un progetto a cui state lavorando ? Ed uno a cui vorreste presto lavorare?

Al momento stiamo lavorando ai pezzi del prossimo disco. Le idee sono già tantissime, e non vediamo l’ora di registrare. Poi stanno per uscire due video, per altrettanti brani tratti da T.c.b..
Nel vostro immaginario rientra di “prepotenza” il Blues. Quanto spazio c’è per l’improvvisazione nei brani che scrivete?

É l’improvvisazione che entra di prepotenza. Certe volte non riusciamo a far a meno di cambiare e reinterpretare. Jammare é lo strumento migliore che abbiamo trovato per discutere tra di noi, a volte la chitarra dice qualcosa alla voce e al basso e spesso si intromette il rullante.
E comunque: in tante attività umane arriva un certo momento in cui si decide di lasciare le cose come stanno, di inserire una sorta di pilota automatico. ma nella musica questo non ci sembra possibile. Tutto rimane fluido, ogni nota, ogni colpo di batteria.

 

A quali artisti del vostro genere vi sentite più vicini e in che modo credete che la tua musica si inserisca in quella tradizione?
Impossibile elencarli tutti. Diciamo che al momento siamo tutti molto attenti alle uscite discografiche di questa ondata di nuovo hard blues, dunque Jack White, Delta Saints, Rival sons, Band of skulls. i nostri eroi rimangono ovviamente i campioni degli anni settanta: Hendrix, Stones, etc, e a tutti noi è sempre piaciuto il grunge.

 

State lavorando a materiale inedito? Se sì, ci dareste qualche anticipazione?

Abbiamo circa venti brani in lavorazione. La logica imporrebbe di scegliere i dieci più convincenti epiù coerenti fra di loro e buttare via il resto, mentre la fantasia chiederebbe di registrarli tutti, e proporli on line a chiunque li vogli ascoltare man mano che sono pronti, senza rispettare la classica trafila imposta dal conceto di album che forse è ormai un pò datato. Vedremo cosa succede.

 

Che tipo di impronta cercate di dare ai concerti e come si differenziano questi ultimi dai dischi?

I concerti durano di solito due ore e passa, hanno scalette parecchio malleabili, e se per esempio a uno di noi, o ad uno del pubblico, va di suonare quella data cover di cui ricordiamo a malapena il titolo, o quel dato inedito che ancora non ne ha uno, non ha che da dirlo. ed il nostro palco è sempre accessibile a chiunque voglia salirci su per suonare con noi.

“Un grazie a pugliamusic per il tempo che ci ha dedicato”

 

ALESSANDRO LONOCE

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