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[Intervista] ESMERALDA & LILLO : un progetto fruibile che esprima concetti, storie ed emozioni in modo più diretto

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Ciao e benvenuti tra le pagine di Pugliamusic.it Partirei  subito con una presentazione ai nostri lettori di come nascono e chi sono Esmeralda&Lillo ?

Angela Esmeralda e Sebastiano Lillo sono musicisti nati a Monopoli, ognuno col suo personale percorso di studi alle spalle tra passione, disciplina, ispirazione, obiettivi. Sul finire del 2012 si incontrano in un quartetto ma non passano molti concerti prima che decidano di mettere a disposizione le loro influenze e la loro creatività per un progetto esclusivo in un ensamble ridottissimo, quello del duo, mossi fin dal principio dal loro talento e dalle loro personalità.

 

Uscito di recente il vostro secondo album “Raw”. Nel gergo dei fotografi il raw è il formato “grezzo” dei file sfornati dalla macchina fotografica, per voi invece che significato ha? 

“Raw” difatti in inglese significa “grezzo”, “non lavorato”, ed è questo il risultato di un anno e mezzo di concerti in giro per l’ Italia e non solo, sunto di esperienze concitate e di periodi difficili, tanti km, tante novità e tanto con cui fare i conti, su cui riflettere e dal quale ripartire, sempre, con profondità e leggerezza. Ci sono stati periodi in cui non abbiamo avuto il tempo di respirare, che ci siamo dimenticati di noi stessi come persone per onorare il ruolo di musicisti, e poi periodi di solitudine (pochi) intensi. Tutto è confluito in un lavoro spontaneo e poco elaborato, dal concepimento alla post-produzione. Microfoni aperti e si registra.

 

Ricordando l’esperienza all’International Blues Challenge Memphis (Tennessee USA), del gennaio 2015, che influenza troviamo in questo ultimo lavoro?

Alcuni dei nuovi brani presenti in RAW erano già embrioni prima di partire per il Tennessee, la quale esperienza ci ha dato una visione a 360° di come si vive la musica, e certo di come la si suona.

 

Diversità di lingua in alcuni brani che dall’italiano (“Spacco tutto”) passando al dialetto (“A mÈne du Segnore”) arrivano all’inglese (il resto dell’album). Voglia di diversificare o dimostrazione di molteplicità?

Semplice necessità di scrittura.

 

Nel vostro mood musicale rientra di prepotenza il blues. Quanto spazio c’è per l’improvvisazione nei brani che scrivete?

L’ improvvisazione per noi è fondamentale e si manifesta in ogni singola interpretazione. D’ altronde, non è questo l’ambito di ricercare improvvisazioni jazzistiche; questo progetto ha un altro impegno, quello di essere fruibile e di esprimere dei concetti, delle storie e delle emozioni in modo più diretto.

 

L’aver composto un brano in dialetto “pugliese” ben riuscito, è stata una sperimentazione da seguire o avete voluto provare una lingua diversa ed innovativa per il blues?

“La Mano Del Signore” è nato senza cercarlo. Nato dalla personale sfida di raccontare in rime un momento di stanchezza e al contempo di sdegno sottolineati col sarcasmo osservando quello che c’ è attorno. Anche il dialetto è attorno a noi, fuori e dentro.

 

Assenza di sezione ritmica nei vostri brani, non ne sentite la necessità o pensate di sperimentarlo in futuro?

Dal giugno 2015  l’ ensemble è allargato. Carlo Petrosillo collabora con noi al contrabbasso e all’ armonica. Crediamo in “sezioni ritmiche” scarne, alternative e roots. Chitarra, da sempre uno strumento ritmico, contrabbasso, foot stomp (strumento rudimentale che sostituisce la grancassa) e sonagli sono la nostra sezione ritmica, crediamo sia sufficiente, per ora…

 

Sarebbe stato forse più semplice fare un genere popolare con il vostro consistente background tecnico, ma avete scelto la strada del blues. Passione o voglia di diverso?

Non ci siamo sforzati in questo, nessuna voglia di diverso, siamo abbastanza anticonvenzionali e non scegliamo nessun filone perché imposto dalla massa, ci piace questo, lo sentiamo e lo suoniamo a modo nostro.

 

Quanto è difficile fare blues in Italia?

Avendo svariate influenze e volendole far fruttare al meglio del nostro gusto, di base facciamo la musica che ci piace e ciò crea unicità, dunque negli ambienti “puristi” il nostro sound è spesso oggetto di discussioni e domande, a volte anche di mera indifferenza per paura del “nuovo”. Questa vita, onestamente, sembra una battaglia. Noi facciamo il nostro. Tra pubblico esperto e pubblico aperto.

 

Due album auto prodotti, diffidenza nelle etichette o scelta voluta?

Nel periodo che ha preceduto e succeduto la registrazione di DELTASOUL, ci sono stati contatti e scambi con più etichette cercando la dimensione più idonea per il nostro progetto. Tra le diverse possibilità, ci ha sempre convinto l’ indipendenza completa (il che implica ulteriori sforzi da parte dell’artista, ma la qual cosa non ci ha mai spaventati). In un secondo momento,  da IL POPOLO DEL BLUES è arrivata una proposta interessante ed onesta, la quale volgeva a far rinascere l’ etichetta stessa, ferma da qualche anno, e a creare una rete di comunicazione per il disco. E’ stata una bella collaborazione. RAW vede, invece, il supporto in post- produzione dell’ associazione tutta italiana BLUESSURIA, senza fini di lucro, per sponsorizzare quel che è VERO in questa giungla di musica pre-confezionata. In ogni caso e su ogni livello, per noi: l’autoproduzione è la soluzione. Aggiungerei che, anche se non abbiamo un’etichetta e ci auto produciamo, siamo distribuiti in fisico e digitale, in europa e nel mondo, da Audioglobe, uno dei più importanti distributori in Italia.

 

Confrontandoci con diverse Band del territorio pugliese, ricco di talenti affermati e nuove proposte interessanti, notiamo in una buona parte di queste una “perdita di tempo” nel cercare la massima visibilità a discapito di una produzione più “studiata” e proficua. Da che parte state?

Ci definiamo SUPER PARTES; ci impegniamo per quel che siamo portati a fare, nel modo in cui crediamo più opportuno e, sebbene con fatica, i risultati ci sono. Dalla diffidenza sono arrivati gli apprezzamenti e tanto altro.

 

ALESSANDRO LONOCE

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