Ti amo e non è semplice
credere in Dio se non ti porta più da me.
Ti amo da quando il volto tuo
ha visto il mio in una scuola di danza
io che non so ballare e rischio di annegare…
“Monografia” è l’album d’esordio sulla lunga distanza di Mela Indie, incarnazione artistica di Vito Antonio Indolfo, musicista e songwriter pugliese attivo dai primi anni duemila.
Già frontman di band di culto della scena alternative del sud Italia come Odi et Amo e AcomeandromedA, il suo stile si contraddistingue per un cantautorato ricercato ed assolutamente non convenzionale, poetico nel dare respiro a una serie di canzoni cantate principalmente in italiano e con un ruolo importantissimo giocato dagli arrangiamenti.
Il motivo è uno, l’amore che si comprende essere tale quando lo si è perduto e su questo errore banale, tremendo e inflazionato si compone un percorso autobiografico che denuda totalmente il cuore dell’autore, specifica lo stesso artista.
“Monografia” è un concept album di 14 brani (un intro, un outro e 12 canzoni in mezzo) in uscita 3 aprile 2026 per la label/collettivo pugliese Dischi Uappissimi (Checco Curci, Gaia Rollo, Agenda dei buoni propositi), con la promozione a cura di Doppio Clic Promotions.
Ad anticiparne l’uscita, l’affascinante singolo e videoclip “Lucio Dalla”, un omaggio al leggendario artista bolognese definito da Mela Indie una stella che mi protegge, un cantautore papà che dal cielo mi sostiene e mi luce libertà.
Particolarissimo anche l’artwork del disco. In copertina la scomposizione di un volto dipinto dal pittore castellanese Danilo Babbo, graficamente trattata e adagiata sulla silhouette fotografica del capo dello stesso soggetto dal videomaker Alberto Mocellin.
Un disco autentico, vero, viscerale, fatto di musica suonata con gli strumenti, scritto con le palline sui pentagrammi e cantato con l’ultima voce di un diaframma quasi del tutto fermo. Un’esperienza di condivisione della propria fragilità che non si è risparmiata in niente e che solo Dio sa a chi e a cosa potrà servire.
“Monografia” è un album fuori dal tempo, in forte controtendenza con il bombardamento frenetico che il mercato musicale italiano continua a propinarci in questi anni un po’ folli.
Mettetevi comodi, e buon viaggio!
“Monografia” traccia per traccia
L’intro, schietto e direttamente rivolto al destinatario dell’intero lavoro, funge da prefazione alla stessa opera e già attraverso le prime note di pianoforte solo immerge l’ascoltatore nell’ambiente emotivo di fondo dove poi parte “se tu”, la prima vera canzone dell’album che connota chiaramente lo stile musicale e poetico del disco che tuttavia cambia pelle ad ogni canzone.
Un’atmosfera classica e tensiva, elegante e notturna nel tremolo d’archi in crescendo accoglie le parole di una poesia scritta nel 1969 dall’allora giovane e innamorato Maurizio Santangelo (“se tu” è l’unico testo del disco non scritto da Mela Indie) in una canzone che, a sentirci bene, ci fa scorgere nostalgie dei più maturi Marlene Kuntz fuse alla decadenza delle più struggenti e oscure armonie di Sopor Aeternus & the Ensemble of Shadows e si cominciano già a definire alcuni tratti degli ascolti e delle latitudini musicali con cui è cresciuto Mela Indie.
Segue “canzone per Sanremo” dove la densità austera ed onirica di “se tu” smette l’abisso senza tradire alcuna profondità e si veste a festa per danzare la melodia di una speranza fondante ed ostinata che non va mai via ed irrora tutto il disco come una viva e onnipresente linfa luce sottile, gli archi si intrecciano di melodie che occhieggiano ai legni cantando su due chitarre classiche (a 6 e a 7 corde) strette a braccetto in un passo a due allegro e sfrenato poi sulla batteria che swinga con brio “una bella canzone che canta d’amore / e non smette di farlo / neanche quando è contento / questo cuore di sangue / che non basta per niente / a tenerti per mano, / rotto, vinto e perdente / ma macchiato di te”.
E siamo alla volta di “dalla faccia dell’amore” dove un’armonia elegante e malinconica ci riporta al Tenco della grande canzone italiana. Nella melodia si respira la pulizia degli anni sessanta e pare davvero una telenovela in bianco e nero dove la voce del flauto su un falasco d’archi a coprire la coda dei tasti neri e bianchi, fa eco al timbro delle parole d’amore, cantate e recitate, parlate, taciute e finalmente ascoltate.
Il quinto brano, ovvero la quarta canzone di questo album si intitola “shhh” e s’apre con un’ouverture di archi, flauto e clarinetto che sfociano in una zippata, compressa e totale ballata progressive sinfonica e lisergica che in tre minuti ne dice venti. Qui, come unicum nel disco, entra una chitarra elettrica, prezioso strascico degli amati AcomeandromedA che furono e mentre tutto si sposta ed anche la lingua del canto cambia ci si trova inavvertitamente chiusi in un’Ave Maria.
“Lucio Dalla” è il singolo del disco.
– Lucio Dalla è una stella che mi protegge, un cantautore papà che dal cielo mi sostiene e mi luce libertà –
Non è certo una canzone radiofonica, ma “c′ha un tiro micidiale
che ti prende e che ti porta via con sé”.
Come singolo, la copertina, è un remake della copertina di una biografia sullo stesso Dalla scritta daErnesto Assante e Gino Castaldo edita da Mondadori, lo scatto e la produzione grafica sul modello dell’originale è di Giovanni Ivone.
La quinta canzone del disco “è una canzone dimmerda perché parla di te, vaffanculo”.
Questo verso di “questa bellissima canzone per te”, che un po’ fa il verso ad una canzone del poi citato Piero (Ciampi), la dice lunga sullo sfacelo che comporta la mancanza di mezzi in amore.
L’amore è l’unica vera Madre che ci ha generato, l’amore è il Padre e a questo mondo è la cosa più difficile da porre in essere perché questo mondo, e lo vediamo quasi ad ogni sguardo, voga con sempre più vigore verso una direzione opposta, ma se l’amore che cerca sempre e ovunque di salvarci finisce che poi ci nasce proprio nel cuore senza che noi ce ne sappiamo rendere conto, che si sappia chiaro e forte, quando la vita ci presenterà il conto sarà salato, molto salato, salatissimo.
– Un giorno seppi che lei era tornata in Italia e scrissi “un’altra canzone”.
In questo brano l’autore strizza l’occhio ad uno stile classico contemporaneo, anche se l’uso degli armonici sugli archi e delle texture flautate sono poste ancora e sempre al servizio di un’orchestrazione canonica che abbraccia con pienezza la melodia.
Con “suono sì” siamo all’arrangiamento più scarno del disco se non consideriamo “in ogni parte di me”. L’organico lascia spazio all’unica chitarra del disco suonata da Mela Indie a corredo di un testo ed una melodia diretti ed essenziali.
Un’altra lettera mai spedita, ma finalmente ascoltata è “senza paura” dove il disarmo e la spoliazione di ogni difesa è totale in una professione di incapacità rispetto al proprio ruolo e alla propria identità:
“sono un cantautore fragile / un mancato musicista” e ancora “sono un musicista che non sa suonare / un po’ come un amante senza il suo amore” ed anche in questa canzone ritorna, parallela come un binario, la figura di Dio, figura che con discrezione aleggia e compare un po’ dovunque nel disco “ti amo e non è semplice / credere in Dio se non ti porta più da me”, come anche “…e quello che hai nel cuore / è quello che Dio ha per me / e per te…”
Con “Turandot (di ghiaccio)” il riferimento operistico si incarna con pienezza nella musica di questa canzone, la più sinfonica del disco in termini di organico e di arrangiamento con sorprendenti soluzioni armoniche che tra archi, legni e ottoni vestono la scena di un pianoforte e di un testo fortemente teatrali e drammatici.
A questo fasto, come punto ancora più spinto ed estremo del disco, segue “in ogni parte di me”, pianoforte e voce, nuda, essenziale e profonda come un bianco baratro di luce verso l’alto, un cuscino di pace che bene conosce il patire.
Ed ecco giunta la fine del disco: “Garbatella”.
Quasi come a trovarci inaspettatamente in un’osteria romana, dove lo stornello e la brocca del vino la fanno da padroni, ma la voce principia riassumendo l’intero accaduto sino ad ora occorso e spiega: “Avanti Cristo, Gesù, / mi ha messo nel cuore l’amore / ed io l’ho perso perché / vivevo soltanto per me”.
Finalmente la chiave di tutto è svelata ed è un antico quartiere di Roma, nei pressi del quale, in tempi non sospetti, l’autore ha vissuto a porsi come pretesto per terminare la scaletta di un disco dove i generi toccati dalla musica italiana d’autore fin dal suo inizio si sono esplorati quasi tutti.
Un disco dove ogni canzone è un quadro a se stante, finestra di un unico ambiente dalle disparate, per colori e ampiezza, stanze che abitano il desiderio, la passione, il dolore ed in una sola parola l’amore di un poeta che sulla propria pelle ha pagato e forse tutt’ora sta pagando lo scotto di un errore adolescenziale fino a diventare una persona capace di accettare la realtà, convivere col dolore e di tutto ‘sto macello, con l’aiuto di Dio, provare a farne amore.
Singolare l’outro “La’ do mi” che assieme all’intro “re fa La’ ” musicalmentesuona come una triade sovrapposta, un accordo su di un accordo che introduce un nuovo tema melodico sul quale però il flauto e il clarinetto ricantano il tema iniziale ed è un cerchio che si chiude, un mondo che si compie in un giro senza fine.
Hanno suonato in e per “MONOGRAFIA”
Francesca Azzone (pianoforte), Giuseppe Amatulli (violino), Diego Pugliese (violino), Emilia Frugis (viola), Federica Del Gaudio (violoncello), Massimo Bonucelli (contrabbasso e basso elettrico), Serena Dipalma (flauto, ottavino e voci coro “Garbatella”), Gianpaolo Santamaria (oboe), Tommaso Ivone (clarinetti soprani in La e Sib, clarinetto basso in Sib, sax soprano e voci coro “Garbatella”), Alfonso Rondinelli (corno in Fa), Gianfranco Cipriani (trombone e flicorno baritono), Angelo Montemurro (tuba), Giuseppe Santorsola (batteria, grancassa e piatti), Mattia Monteduro (vibrafono), Stefano Manca (piatti orchestrali e basso elettrico nella parte finale di “Garbatella”), Andrea Manghisi – (chitarre classiche – 6 e 7 corde – in “se tu”, “canzone per Sanremo”, “Garbatella” e chitarre elettriche in “shhh”), Giuseppe Camicia (chitarra acustica in “questa bellissima canzone per te”), Vito Antonio Indolfo (chitarra classica in “suono sì”, voce lead e voci coro “Garbatella”).
CREDITS
Musiche, testi (eccetto quello di “se tu” scritto da Maurizio Santangelo) e arrangiamenti – Vito Antonio Indolfo, alias Mela Indie
Music supervisor – Roberto Re David
MONOGRAFIA è stato acquisito presso il “Waveahead Studios” di Monopoli da Mimmo Galizia e presso il “piccolo studio di Donna Margherita” di Alberobello da Graziano Cammisa ed è stato mixato e masterizzato da Stefano Manca presso il Sudestudio di Guagnano.
Editing e suoni midi percussioni – Graziano Cammisa
String tuning (string quartet) – Diego Pugliese
Al secolo Vito Antonio Indolfo, Mela Indie nasce a Putignano in provincia di Bari.
Nel 2004, a Castellana Grotte, dove attualmente risiede, fonda gli Odi et Amo assieme a Giuseppe Camicia (chitarrista del progetto), una band di rock progressivo italiano della quale è autore e cantante. Nel 2007 incidono un EP omonimo.
Nel 2008 assieme a Willy Elefante fonda gli AcomeandromedA, rock band italiana in cui è autore, cantante e flautista.
Con loro prosegue una decina d’anni vincendo numerosi concorsi e partecipando per due anni consecutivi alla “Settimana della Cultura Italiana in Banja Luka” e ad una edizione del “Liverpool Sound City”. Nel 2012 pubblicano per Piccola Bottega Popolare il disco “Occhio Comanda Colori” e nel 2024 “Omissis” per Dischi Uappissimi.
In questi anni frequenta il conservatorio Niccolò Piccinni di Bari nelle classi di Flauto traverso e strumentazione per orchestra di fiati e collabora come performer e compositore in alcune produzioni della “Compagnia Eleina D.”, compagnia di teatrodanza aerea contemporanea, per la quale compone le musiche originali dello spettacolo “Sete”.
Dal 2017/18 intraprende un percorso da solo come cantautore sotto il nome di Mela Indie. Il 17 luglio 2021 debutta nell’ambito dell’ARTES FESTIVAL – le ali della cultura, con un suo concerto intitolato Monografia (di cui è autore dei testi e delle musiche), accompagnato dalla pianista Francesca Azzone.
Nel 2019 frequenta un corso di composizione contemporanea presso la Fondazione Paolo Grassi di Martina Franca. Attualmente produce canzoni anche come arrangiatore ed interprete.
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