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[Report & Photo] Archetipi di vita e morte, maschere dark e simboli gotici. I Bauhaus sono tornati in Italia, più energici che mai.

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Al Cinzella Festival di Grottaglie, il 17 agosto, è andata in scena una grande anteprima del prossimo Ruby Celebration Tour: sul palco l’iconica band gothic-dark britannica di Peter Murphy e David J.

A cura di Livio Costarella

 

Quarant’anni dopo sono ancora lì. Energici e spiritati, con arrangiamenti pressoché identici agli originali. Consci che un «restyling» non l’avrebbe voluto proprio nessuno.Se i Bauhaus di Peter Murphy e David J si apprestano a celebrare le nozze di rubino a 40 anni dalla loro formazione (il Ruby Celebration Tour partirà il 18 ottobre a Wellington, in Nuova Zelanda, 32 date fino alla greca Salonicco, passando anche per l’Italia, a Roma e Milano il 21 e 22 novembre), è stato il Cinzella Festival di Grottaglie a offrire una ghiotta anteprima del quarantennale della band britannica più amata del post punk e del gothic-dark, il 17 agosto.

Le Cave di Fantiano, nei pressi di Grottaglie, lì dove un tempo venivano estratti e prodotti conci di tufo e sabbia calcarenitica (ed ora è un suggestivo parco con un ecosistema in ricrescita), hanno ospitato Peter Murphy e David J, gli unici superstiti originali dei Bauhaus, in un concerto che ha richiamato migliaia di fan della prima ora, oltre a un piccolo drappello new generation. Marc Slutsky alla batteria e John Andrews alla chitarra – va detto – non hanno fatto rimpiangere Kevin Haskins e Daniel Ash: perfettamente calati in quella linea gotica che nel rock britannico ha tracciato un limite ben definito, il passaggio dagli anni ’70 ai primi anni ’80, con l’avvento di nuove sonorità e la perdita definitiva della cultura sepolcrale di quel movimento dark.

Rivedere Murphy dal vivo, in estetica Bauhaus, è comunque un’esperienza teatrale forte, sebbene proprio quel dark si sia disperso in mille rivoli. A Grottaglie il leader Bauhaus si è presentato in camicia bianca, pantaloni neri e uno dei suoi tipici mantelli: non nero, stavolta, ma bianco con disegni dal blu elettrico allo scuro. La sua vocazione alla maschera, mutuata dal Bowie di Ziggy Stardust, non è cambiata, a dispetto del fisico: oggi Murphy è un 60enne barbuto e con pochi capelli, ma la voce cavernosa e oltretombale è inconfondibile, e l’occhio è spiritato come ai bei tempi, seppur senza trucco. Per David J, invece, il tempo non è cambiato, nascosto dagli inseparabili occhiali neri, pronto a lanciare gran parte dei pezzi, insieme alla batteria di Slutsky.

 

Si parte con King Volcano, Kingdom’s Coming e Double Dare, prima di esplodere nelle sonorità post punk di In the Flat Field, dove Murphy urla forse con meno enfasi, ma eguale rabbia «I do get bored, i get bored/ In the flat field». È il grido d’allarme che forse ha anticipato i tempi: il rock, di lì a poco, avrebbe trovato il suo «campo piatto» anni ’80, tra echi mitologici («Where is the string that Theseus laid») e visioni orientali («Yin and yang lumber punch»).

L’archetipo vitale del primo album (In the Flat Field) lascia poi spazio ai suoni più eleganti e raffinati dei successivi Mask, The Sky’s Gone Out e Burning from the Inside: l’intro sempre emozionante di Silent Hedges ci riporta tutti nell’inferno senza tempo del puro suono Bauhaus («Going to hell again»), mentre si susseguono Boys, Spirit, She’s in Parties e l’ancora ballabile Kick In The Eye.

Murphy ci crede come sempre, e si ributta nel dark di 40 anni fa con lo stesso impulso inquietante, complici le perfette corde vocali per il genere: Bela Lugosi’s Dead è il manifesto dark di sempre, una sceneggiatura horror che parte dall’immancabile ritmica iniziale, fino al riff sepolcrale dei semitoni discendenti declamati dal basso e agli arrangiamenti chitarristici inventati da Ash, ora perfettamente riprodotti da Andrews. Ci sono tutti gli ingredienti di un tempo: gli scricchiolii sinistri, gli arpeggi penetranti e l’incedere sinistro di Murphy, che regala più di un assolo alla diamonica. Altro che morto: Bela Lugosi è vivo e aleggia su tutti noi, come nei film di Tod Browning e Robert Wise. Si chiude con altri pezzi di storia: Passion of Lovers, Stigmata Martyr, Dark Entries, prima del doppio bis Severance (cover dei Dead Can Dance) e l’indimenticabile litania cimiteriale di Hollow Hills: le stesse Cave di Fantiano, terminato il concerto, torneranno a essere le «colline vuote» cantate da Murphy.

«So sad»? No. I Bauhaus non rifanno il verso a se stessi, ma semplicemente tornano in vita ogni tanto, e poi, come i pipistrelli, si rintanano. Peccato solo per un service audio-luci inadeguato a un concerto così teatrale. E a Murphy perdoniamo pure l’aver ignorato gli ultimi due “encores” in scaletta, Telegram Sam e Ziggy Stardust. Ma quella notte, a Grottaglie, in molti se la ricorderanno.

 

 

Gallery completa by © Alessandro Lonoce

 

Credits: si ringrazia l’ufficio press di Astarte Agency per la gentilissima disponibilità al servizio e l’ASSOCIAZIONE CULTURALE AFO6 per la perfetta organizzazione dell’evento.

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