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[Intervista] MAI PERSONAL MOOD “I nostri brani spesso sono racconti di viaggio, lontano da ciò che possiamo definire un luogo di appartenenza”

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La band che andremo ad intervistare oggi porta il nome di MAI PERSONAL MOOD , formatasi nel 2007 e dopo quasi 10 anni di intensa attivit‡ sul territorio pugliese e nazionale, sono ritornati a registrate (nov/2015) un nuovo album “Habitat”. Si tratta di un album di 10 tracce inedite, che piacevolmente si riconducono ad uno stile pop-elettronico in italiano. Rispetto ai loro precedenti lavori, notiamo un evoluzione del gruppo che ha volutamente concentrarsi sulla sperimentazione di nuovi suoni ben arrangiati con testi ben curati e non banali, raccontando tematiche legate ad un “habitat”.

Conosciamoli meglio, come nasce e cosa esprimono con questo loro ultimo ottimo lavoro!

 

Ciao e benvenuti tra le pagine di Pugliamusic.it. partirei subito con una breve presentazione ai nostri lettori di come nascono e chi sono i MAI PERSONAL MOOD ?

Nasciamo come band, con l’ attuale e definitiva formazione,  nel 2009 anno in cui abbiamo inciso il nostro primo Ep L’heure dEPart. Da lì per noi è partito tutto; sono seguiti due dischi e altrettanti tour in giro per l’Italia.  Siamo in 5:  Francesco Allegro(Voce),Andrea Messina(Synth,Programming,Chitarre),Matteo Conte(Chitarre e Pianoforte), Michele Di Muro(Basso) e Cataldo Leo(Batteria).

 

Come descrivereste la vostra proposta a chi ancora non vi conosce?

In linea con i tempi e di facile ascolto. Nonostante a volte andiamo alla ricerca di trame compositive indirizzate verso la sperimentazione, cerchiamo comunque di mantenere una struttura di forma canzone in quasi tutti i pezzi che scriviamo.

 

Far musica è anche un sinonimo di comunicare, cosa volete comunicare con i vostri brani ?

I nostri spesso sono racconti di viaggio, lontano da ciò che possiamo definire un luogo di appartenenza. Cerchiamo di raccontare quello che succede in questa dimensione e ciò che ne esce è una musica molto cinematografica legata al paesaggio e spesso questo messaggio arriva in pieno a chi ci ascolta.

 

Avete pubblicato a novembre 2015 il vostro ultimo album “Habitat”, qual’è stato il percorso per raggiungere questo traguardo?

Si, ha significato proprio il raggiungimento di un  traguardo. Questa volta abbiamo fatto veramente una roba tipo maratona: abbiamo raccolto prima delle idee sviluppate singolarmente, poi, senza prevaricarci abbiamo scelto quelle che ci sembravano più’ congrue e giuste per il lavoro che avevamo intenzione di fare.

Nello step successivo ci siamo concentrati su queste composizioni e da qui sono nate le canzoni che compongono “Habitat”. Ci abbiamo messo 2 anni ed era veramente questo il lavoro che volevamo fare, abbiamo reso felice la nostra cartella condivisa di Dropbox che stava quasi per scoppiare.

 

In “Habitat” parlate di un viaggio, quale fosse una ricerca di un luogo ideale che racchiuda diverse emozioni, come amore, gioia, delusione. Ce lo descrivete in sintesi?

Habitat è un viaggio dentro le nostre emozioni. E’ quanto emerge dalle esperienze di vita  metropolitana che caratterizza le città in cui abbiamo vissuto e in cui abitiamo oggi.  E’ un rapporto diretto tra quello che ci circonda e queste emozioni.

 

Notiamo una predominanza dei testi ben incastrati in un sound, che purchè a prevalenza elettronico, si presenta interessante e piacevole all’ascolto, Quanto vi Ë costato eseguire questi arrangiamenti ben studiati?

Ci è costato tutto il tempo che dovrebbe servire per fare un disco o, perlomeno, il tempo a noi necessario per fare il miglior lavoro possibile. Non volevamo accontentarci ma piuttosto fare un album che avesse esattamente il  suono che era nelle nostre teste. Abbiamo cercato di utilizzare tutti gli strumenti in base alle canzoni, in modo da non perdere il filo del discorso. Il rischio era quello di dare eccessiva attenzione all’elemento sonoro e  strumentale, cosa a cui siamo  portati per indole, tralasciando così testi e melodia.

 

Quanto del vostro bagaglio culturale, musicalmente parlando, ha influenzato questo album, sottolineando il fatto che lo avete sapientemente scritto in lingua madre?

L’italiano è alla base di questo progetto. Siamo molto esterofili nel sound, ma ascoltiamo talmente tanta roba nelle nostre giornate che è difficile dire cosa è finito in questo disco e cosa no.  C’è molta tradizione e tanta contemporaneità.

 

Come nascono i vostri titoli?

Nascono dallo scontro fisico tra cinque persone, non ci siamo parlati per 2 settimane per decidere i titoli. Qualche volta qualcuno dice:” e se la chiamassimo…???” e puntualmente rischia il linciaggio.

Ci confrontiamo anche su questo, cercando di riassumere in un titolo cosa c’è nella canzone, in fin dei conti a questo servono i titoli.

 

 

Che tipo di impronta cercate di dare ai concerti e come si differenziano questi ultimi dagli album registrati?

Dalla composizione al live c’è un abisso. Dal vivo devono per forza sorgere e uscire quell’emotività che non riesci ad inserire in un disco, devi riuscire a fare capire che sei vero. I pezzi ovviamente vengono ri- arrangiati per ovvie ragioni esecutive, ma cerchiamo di non perdere il piglio che hanno in registrazione.

 

Confrontandoci con diverse band del territorio pugliese, ricco di talenti affermati e nuove proposte interessanti, notiamo in una buona parte di queste una “perdita di tempo” nel cercare la massima visibilità a discapito di una produzione più “studiata” e proficua. Da che parte state?

Fa ciò che vuoi, fa ciò che ritieni giusto. Se i musicisti di cui parli ritengono che così sia meglio e sia il meglio per loro che lo facciano pure, noi non siamo in grado di giudicare e non ci piace puntare il dito contro un certo modo di fare musica, ci sono troppe sfaccettature sulla questione che il discorso sarebbe troppo ampio. Noi dal canto nostro abbiamo cercato una produzione abbastanza studiata per “Habitat” ma non ci dispiacerebbe di certo avere una vasta visibilità, perché dire di no…?… Fai musica per tenertela in casa?

In sostanza siamo molto attenti a quello che succede sui social ma ci concentriamo soprattutto sul fare musica, che per noi è una cosa molto seria.

 

La partecipazione ai contest/festival, oltre alla esibizione e confronto con altre band, che altri stimoli vi apporta?

Sono stati fondamentali per la nostra crescita. Abbiamo conosciuto tanti musicisti, addetti ai lavori e siamo venuti a contatto con tanta gente che ha iniziati a seguirci. Suonare sui grandi palchi dei festival ci ha aiutato nella resa live, nella creazione di un nostro show. Abbiamo capito meglio i punti di forza del nostro fare musica, ma anche quello che andava migliorato.

 

ALESSANDRO LONOCE

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